L’Anfiteatro, che rappresenta l’edi-ficio meglio conservato della Nola romana, è ubicato nella zona nord occidentale della città, in località Masseria d’Angerio, in adiacenza alla murazione tardo repubblicana, di cui sfrutta parte del terrapieno interno.
Notizie riguardanti gli spettacoli che si tenevano nell’anfiteatro nolano, sono attestate nei manifesti pubblicitari diffusi a Pompei, e forse anche ad Ercolano, dagli editores degli stessi eventi, databili tra la prima età imperiale e l’età neroniano-flavia. Graffiti sul sepolcro n.19 fuori porta Nocera, a Pompei, riproducono scene di combattimento tra gladiatori svoltisi a Nola.
Secondo la tradizione agiografica connessa a Felice, protovescovo di Nola, nel 95 d.C. il presule fu esposto alle fiere nell’anfiteatro della città per ordine di Marciano, preside della regione.
La prima rappresentazione iconografica della struttura, si rileva da perga-mene aragonesi databili alla fine del XV secolo , seguita da quella di G. Moceto  posta a corredo da A. Leone al “De Nola” (Venezia, 1514).

Il Leone è anche uno dei primi autori a descrivere il monumento, ricordato come “anfiteatro laterizio”, ai suoi tempi ancora visibile fino all’attacco della summa cavea.
Già nell’Ottocento J. Beloch (Campa-nien, Breslau, 1890), ne vede solo pochi avanzi e un rigonfiamento del terreno che indica la presenza dell’e-dificio sepolto.
Le indagini archeologiche (1985, 1993, 1997), hanno rimesso in luce circa 1/4 dell’intera struttura.
L’edificio, di forma ellittica , con dimensioni sull’asse maggiore di m. 138 e su quello minore di m. 108 e con una capienza di circa 20.000 spettatori, presenta un’ossatura costi-tuita dai muri di delimitazione dell’arena, del circuito esterno e dai corridoi di accesso a vari settori, su cui s’imposta il terrapieno sul quale poggiano le gradinate della cavea, con sedute in blocchi di tufo. Esso venne realizzato in un’area già insediata da precedenti edifici, poi espropriati ed abbattuti, di cui si sono trovate tracce durante lo scavo.
Le strutture presentano varie fasi. Alla metà circa del I secolo a.C., poco dopo la deduzione della colonia sillana, sono databili le murature portanti con cubilia di grande modulo (cm. 10-11) e allineamento obliquo discontinuo.
Sono attestate almeno due ristrutturazioni. La prima nel corso del I secolo d.C., quando una parte delle strutture fu restaurata in opera reticolata con cubilia di piccolo modulo (cm. 8-9) e allineamento obliquo continuo; in questa stessa fase il corridoio principale subì il rifacimento del pavimento e della volta e forse fu modificata anche l’altezza del parapetto dell’arena e della cavea. Ad una seconda ristrutturazione, avvenuta tra il II ed il III secolo d.C., è da attribuire il rifacimento in lastre di calcare del corridoio posto sull’asse maggiore e la costruzione di un edificio addossato al muro esterno dell’anfiteatro. Si tratta di un ambiente, utilizzato nel corso del V secolo d.C. per lo scarico di rifiuti, a pianta rettangolare con cinque partizioni interne, forse adibito a ricovero temporaneo degli animali per gli spettacoli .

Il balteus era rivestito con lastre rettangolari di marmo bianco verticali con la parte terminale coronata da blocchi di calcare con profilo a bauletto, di cui si conservavano, al momento dello scavo, pochi elementi superstiti ancora in situ, mentre la gran parte della decorazione è stata rinvenuta rimossa e gettata a terra . Su un lato alla fine del corridoio principale indagato, vi era un carceres, piccolo ambiente con apertura verso l’arena, rinvenuto ripieno di fango , adibito a stivare le gabbie con gli animali per le venationes.

L’edificio era già in uno stato di completo abbandono e in fase di spoliazione prima dell’eruzione vesuviana detta di Pollena (472 d.C.). Durante l’indagine del 1997 sono stati rinvenuti sei pilastrini di calcare, alcuni depositati nel corridoio principale , con rilievi che rappresentano tre fregi di armi, una scena di amazzonomachia, due prigionieri ai piedi di un trofeo d’armi e una corona di alloro vista come una città turrita con una porta .

Nel corso del VI secolo d.C. uno dei corridoi principali, chiuso con dei muri alle due estremità , venne adibito ad ambiente ed in esso fu realizzato, sullo spesso deposito dell’alluvione di Pollena, un impianto per la spremitura, come sembrano indicare le tracce rilevate nel deposito di fango piroclastico rappreso . Il crollo della volta, avvenuto in età tardo medioevale, determinò l’abbandono dell’ambiente. Tra i lavori di restauro eseguiti, di notevole rilievo è stata l’anastilosi di un tratto di muro del circuito esterno crollato . Il muro, alto circa m. 6, conserva nella parte alta una decorazione in primo stile con ortostati color ocra riquadrati da fasce di color turchese e, alla base, una decorazione con pannelli di stucco verticali.


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